L’arcobaleno della gravità


Vinse il National Book Award nel 1974, premio che Pynchon non ritirò mai, figura misteriosa e appartata. Consacrò l’autore americano alla fama mondiale, come creatore del Postmoderno, come più alto esponente di una scrittura per pochi e da pochi.
Un romanzo avveniristico, profondo, ambiguo, paranoico e, perchè no, frivolo.
Tutti ingredienti del Postmoderno americano. Quella corrente letteraria nata in America dopo il 1963, anno in cui assassinarono John F. Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Anno in cui, per la prima volta, i mass-media ebbero un ruolo fondamentale: quell di insinuare il dubbio e il sospetto nella massa, di gettare l’intero mondo in uno stato paranoico, senza via d’uscita. Dove regna il consumismo, sintomo di una società che non vuole sentirsi sola ma parte di una unica grandissima cosa, parte di una cospirazione generale. Pensiero rassicurante di fronte alla contemplazione del nulla e del caso. Cura e malattia di una società sempre più sull’orlo del baratro.
Pynchon è il maestro di quest’arte, maestro nel descrivere con cinismo, ma anche con ironia, le sorti di questo mondo pazzo. Una scrittura nervosa e paranoica, come la trama, d’altronde.
Trame, di tutti i suoi romanzi, dove compaiono centinaia di personaggi, ben delineati o semplicemente abbozzati, con l’intento principale di confondere il lettore, ma anche il personaggio del romanzo stesso. Nomi che diventano cognomi, tempo e cronologia abbandonati alle leggi del caos, digressioni frivole e senza un senso apparente.
E’ paranoia.
Quella che si tenta di fuggire, cercando di elevarsi al di sopra degli eventi, non lasciarsi trasportare dal flusso concatenato e apparentemente predestinato della storia, col solo risultato di sfociare in una anti-paranoia, non diversa da quella precedente.
Non c’è via di scampo e Pynchon lo sa.
I suoi personaggi lo sanno.
Complotti celati ovunque, anche dove non ci sono ma che si vogliono vedere, perchè ci devono essere. Cospirazioni piccole e a portata d’uomo, che sembrano avere una parvenza di senso o di disegno prestabilito, che ci illudono, ci fanno sentire vivi, ma siamo solo alienati e paranoici in quanto, appunto, poniamo le basi della nostra esistenza su nulla di concreto.
Perchè se c’è davvero una teoria del complotto, come vuole la parola stessa, essa è solo teorizzabile. Una volta scoperta non sarebbe più una cospirazione.
Viviamo col desiderio di scoprire tutto, con il desiderio della ricerca. La stessa ricerca che ci fa sopravvivere, dimentichi dell’oggetto da cercare, ma interessati solo al non smettere di credere di poter trovare una risposta, altrimenti moriremmo soli e privi di un significato da dare a noi stessi.

L’arcobaleno della gravità.
Lo scenario in cui questa volta Pynchon catapulta tutte queste contorte situazioni è la fine della seconda guerra mondiale, in Inghilterra.
A fare da personaggio è il tenente Tyrone Slothrop, americano, in missione in Europa. Deve trovare qualcosa mentre qualcuno, “Loro”, ha trovato lui.
Deve spiegarsi perchè ogni qualvolta ha un rapporto sessuale con una donna o il suo pene ha un’erezione, dopo qualche giorno, inevitabilmente cade un razzo in quel preciso luogo.
Razzi V-2, che prima cadono e solo dopo si sente il rumore, un po’ come il rapporto di causa-effetto rovesciato e inspiegabile dell’”arnese” di Tyrone.
Lo strano elemento plastico detto Imipolex G, forse causa dell’effetto, inventato dall’ormai defunto Lazlo Jamf.
I tamponi, i cani e gli esperimenti.
Quelli che fa Pointsman, alla White Visitation.
Gli studi di Roger Mexico, lo statistico, aiutato dalla sua ragazza Jessica.
Ma è tutto vano.
Mentre qualcuno, “Loro“, pilotano e contrallano il povero ingenuo Tyrone, facendolo arrivare al casinò Hermann Goring, dove conoscerà Katje, schiava liberata del potente e misterioso comandante Weissmann, detto Blicero. Blicer come “la morte”.
Forse non ricercatore ma costruttore, di qualcosa che si erige in alto, non un pene, un razzo, comunque fallico, simbolo di potenza e di virilità. Organo genitale maschile, il pene di Tyrone o il razzo che dopo cadrà dove si è eretto.
Blicero non è “Loro”, sta al di sotto, come gli altri. Anzichè essere un pedone è forse il Re, non il cavallo che è Der Springer, altro personaggio che fornirà molti indizi a Tyrone e dirà di potergli procurare l’S-Gerat.
Lo 00000, il razzo fantomatico, lo Schwarz-Gerat, a cui da la caccia anche Enzian, figliastro di Blicero, comandante dello Schwarzcommando e fratellastro del soldato russo Cicerin.
Un groviglio di gente e figure alla ricerca, tutti quanti di qualcosa.
La guerra è ormai al termine e Slothrop viaggia in giro per l’Europa, inseguendo indizi che lo portano fuori strada o dentro qualcosa che non avrebbe voluto scoprire. Donne, prostituzione, accordi segreti e bambine, droga e contrabbando.
La storia che lo circonda lo avvolge, lo riempie con le sue menzogne e paranoie, facendolo a pezzi, spargendo il suo ego nell’intera Zona, la Germania, annullando la sua ricerca.
Non trova niente, perde anche se stesso.
Perchè la ricerca non deve portare a dei risultati, altrimenti con essa finisce la vita stessa. Slothrop ha cercato e trovato troppo, o troppo poco.
Gli altri, a loro modo di salvano, o quantomeno si fanno trasportare dal corso inesorabile degli eventi.
Enzian e Blicero con il loro razzo.
La storia è una e non si ripete.
E’ una iena che corre, che ride beffarda quando provi a inseguirla.
Cicerin smette di cercare, di correre, si illude di farlo, forse si arrende, forse trova il suo equilibrio all’interno della paranoia.
Non c’è una trama, non c’è uno scopo e una morale, se non una grande confusione e accozzaglia di nomi, eventi, digressioni, scene violente, di sesso, sadomaso, ironiche o veramente prive di senso.
Trasposizione, che mai fu più fedele, della paranoia e del mondo, con le sue tante maschere e lati nascosti, con i personaggi catapultati nella storia, come noi stessi nella nostra vita.
Un’opera da leggere con occhiali che sanno guardare a fondo, ma non troppo, altrimenti no si riuscirebbe a vedere la grande trama Postmoderna generale.
Uno stile sublime e particolare, veramente difficile e spesso disorientante, la cui comprensione può richiedere molto tempo e i cui signifcati sono i più diversi e svariati.
Uno scrittore supremo, un genio della letteratura mondiale e, più che uno studioso, uno psicologo attento della società americana e globale.
Volendo, anche un ciarlatano che ci incanta con un mucchio di parole che non hanno significato, che sono messe lì, a caso, senza un disegno o uno schema preciso ma che noi, postmoderni e paranoici fino all’osso, dobbiamo per forza creare.

L'arcobaleno della gravità, 8.2 out of 10 based on 12 ratings

Editore: Rizzoli
Pagine: 978 pagine
Prezzo: 12,90


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