Nelle terre estreme

‘C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo.’
Con queste parole, scritte dallo stesso Chris McCandles (alias Alexander Supertramp), si riassume in pieno la sua filosofia di vita.
Chris è figlio di una famiglia benestante di Washington, terminati gli studi con ottimi risultati decide di lasciare i suoi per intraprendere una vita nomade, alla ricerca della libertà assoluta. Con poche cose, lavorando dove capita, vive numerose avventure attraverso i diversi stati dell’America. Due anni di vita libera, durante i quali ha deciso di interrompere qualsiasi rapporto con i genitori, poi la decisione di raggiungere le terre estreme dell’Alaska. Ad aprile del 1992, dopo cinque mesi di vita assolutamente selvaggia in quelle terre estreme, senza alcun supporto di civilizzazione, con base un vecchio autobus abbandonato, decide di ritornare a casa. Pago della sua sublime esperienza sembra, nel frattempo, aver maturato pensieri di riconciliazione con se stesso, con la famiglia e con l’intera umanità. Ma qualcosa andrà storto e Chris verrà ritrovato morto in quei territori solitari, a settembre dello stesso anno.

Cosa ha spinto un giovane di buona famiglia ad intraprendere una tale avventura? Quali erano i suoi miti? Perché questo forzato distacco fisico e mentale dalla famiglia? Come può un ragazzo così appassionato della natura e così innamorato della vita cercare la morte in questo modo?
Dopo il ritrovamento del suo corpo, l’opinione pubblica americana si infiamma, dividendosi in chi considera Chris un fanatico sprovveduto che ha sputato in faccia all’affetto della propria famiglia e al dono della vita, e chi un idealista che ha seguito il richiamo della natura selvaggia alla ricerca della purezza assoluta, dunque un eroe, un mito.
Jon Krakauer, alpinista, naturista e giornalista americano non ci sta a sposare una delle due opinioni, in quanto ognuna è riduttiva rispetto alla vera natura di Chris. Krakauer, lui stesso, è stato in Alaska e ce lo racconta nel libro, facendoci solo immaginare la durezza e la magnificenza di quelle terre estreme. Lui stesso ha vissuto la necessità di rivalsa nei confronti di un padre che lo voleva a sua immagine e somiglianza. Lui stesso ha ascoltato e seguito il richiamo della foresta, e come poteva non ascoltare il richiamo poetico di Chris? Un richiamo interiore, lasciato segnato in maniera indelebile nelle persone che ha incontrato durante il suo cammino, nei libri che ha letto segnandone i passi amati, sulle pareti del vecchio autobus abbandonato dove ha vissuto gli ultimi 5 mesi di vita, nel diario ritrovato accanto al suo corpo.

Soltanto con un’empatia del genere si può raccontare la vita di un personaggio come Chris/Alexander, trasformando una biografia in un romanzo dai toni elevati che arriva a sfiorare le corde più profonde dell’anima di chi ci si imbatte, nella partecipazione agli ideali e alle avventure di un personaggio che si può soltanto amare così com’è. Il viaggio di Chris è il viaggio esistenziale di ogni anima giovane. Di ognuno di noi.
Krakauer guida il lettore ad abbandonare ogni pregiudizio, per vivere e morire in totale empatia con la nobiltà d’animo di un uomo che sembra rappresentare una singolare ed elevata figura di essere umano: un Uomo alla ricerca di se stesso che prende consapevolezza delle sue potenzialità più pure ma che in quanto tale, purtroppo, dimostra tutta la sua vulnerabilità.
Bellissimo il film tratto dal romanzo con la magistrale regia di Sean Penn.


Editore: Corbaccio
Pagine: 267
Prezzo: 16,60


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